Moraleggiare sulle tasse di Romney
Negli ultimi dieci anni il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha corrisposto all’agenzia delle entrate un’aliquota non inferiore al 13 per cento. Non lo ha dimostrato pubblicando le dichiarazioni dei redditi, come i democratici gli chiedono da mesi in un clima da caccia alle streghe fiscali, ma lo ha comunicato a voce ai cronisti, gesto non dovuto ma utile per soddisfare la calcolata voglia di informazioni che s’è addensata attorno a questo campione del capitalismo americano. Leggi Gli ideali dietro l'accetta di Ryan di Mattia Ferraresi - Leggi Grande politica in America di Giuliano Ferrara - Leggi Quel gran fico antifiscale di Stephen Hayes

Negli ultimi dieci anni il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha corrisposto all’agenzia delle entrate un’aliquota non inferiore al 13 per cento. Non lo ha dimostrato pubblicando le dichiarazioni dei redditi, come i democratici gli chiedono da mesi in un clima da caccia alle streghe fiscali, ma lo ha comunicato a voce ai cronisti, gesto non dovuto ma utile per soddisfare la calcolata voglia di informazioni che s’è addensata attorno a questo campione del capitalismo americano, in quanto tale meritevole di un congruo linciaggio. La dichiarazione dovrebbe servire, almeno, a zittire Harry Reid, leader del Senato che si dice certo che l’avversario di Obama non abbia pagato tasse negli ultimi dieci anni.
Romney non è tenuto a mostrare altro che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi due anni. Nel 2010 ha versato il 13,9 per cento dei suoi redditi al fisco, e presenterà i conti del 2011 appena saranno disponibili. Tutto il resto è, per ricalcare il tono malevolo del portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, “tradizione presidenziale”, una faccenda che Romney colpevolmente ignora. I detrattori di Romney suggeriscono che il problema, qui, è che il peccaminoso modello finanziario che lo ha arricchito non è sanzionato a sufficienza; si configura il paradosso della segretaria di Warren Buffett, che paga più tasse del suo capo, affronto insopportabile per un’America attraversata dalla lotta sociale. Nella vulgata, il candidato del Gop è una personificazione dei mali del capitale, un avvoltoio insaziabile che dovrebbe essere punito con aliquote hollandiane, altro che 13 per cento. Quella sulle dichiarazioni dei redditi, più che una polemica tributaria-elettorale, è una battaglia moralista: collega la ricchezza all’evasione fiscale e si proclama che questa identità è il vero sterco del demonio. Strategia efficace per solleticare la pancia dell’America, non per convincere razionalmente chi osserva le ricette di quel fico antifiscale di Paul Ryan.
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